Rivoluzioni silenzione

E’ qui, di fianco alla mia postazione di lavoro. Inoperoso ormai da tempo, ma solo perché assopito in un meritato riposo. A volte però lo accendo. Mi saluta col suo antesignano “tuuung” e con un confortante “Benvenuto in Macintosh”. Sto parlando del mio glorioso Macintosh Classic, classe 1988, modello M0420.

Quando ho amici, anche se solo per qualche minuto, ritorna ad essere una Star. Quelli di loro che possiedono un Mac da poco tempo, rimangono stupiti di come, seppur con più di vent’anni di acqua passata sotto i ponti della tecnologia, il concetto sia in fondo ancora quello: un desktop, delle icone, una barra di menu in alto con una melina morsicata all’estrema sinistra.

Questo mi fa riflettere su come le cose ben fatte resistano al tempo, alle mode e persino alle ciniche leggi del mercato.

MacOS X , sotto la pelle, non ha nulla, dico nulla del sistema che guidava il primo Macintosh. Nello stesso tempo però, l’esperienza dell’utente è praticamente rimasta inalterata.
Qualcuno, dalle parti si Seattle ma non solo lì, sente il bisogno di dirci che ora è la volta buona; che il nuovo sistema è quello che aspettavamo da sempre. C’è solo un piccolo problema: hanno cambiato quasi tutto; le cose non sono più dove eravamo abituati a trovarle; che ora c’è un nuovo modo, anche se il vecchio modo era quello giusto quando ci avevano presentato la versione precedente.

Lo dice uno che usa il Finder* del Mac ancora in modalità a finestra semplice, senza barra laterale ne strumenti, come era nel primo Finder (1984). Lo faccio perché i nuovi accessori non aumentano la mia produttività al punto da rinunciare ad una bellissima, pulita e minimale finestra bianca con le sole icone dei miei documenti. Questo per dire che, se lo voglio, il modo è ancora quello, da 26 anni a questa parte.

Ecco a che mi serve il Macintosh Classic, qui a lato. Mi ricorda che, quando si parla di tecnologia, il buon progresso è fatto di evoluzioni, di passi lenti e ben pensati. Di rivoluzioni silenziose.

A volte le rivoluzioni roboanti servono, ma solo quando portano risvolti epocali. E’ il caso del Macintosh stesso, che lasciò il mondo delle interfacce di testo per portare le interfacce grafiche (GUI) nelle case della gente comune. Per il resto, iPhone e iPad compresi, grandi fenomeni di mercato e persino di costume ma, tecnologicamente parlando, solo rivoluzioni silenziose appunto.

Quando fu presentato l’iPhone, alcuni lo definirono come qualcosa di non realmente rivoluzionario. Gli stessi che ora definiscono l’iPad “un grosso iPhone”. Coloro i quali vogliono essere “stupiti” dalla tecnologia, dagli effetti speciali. Ciò che stupisce me invece è usare un “palmare” che finalmente funziona, dopo anni di frustrazioni con WinMobile (Windows CE prima), Symbian, Palm e chi se li ricorda più. Mi stupisce trovare la mattina il computer funzionante esattamente come la sera prima e non scoprire che quello che funzionava perfettamente, ora non ne vuole sapere**.

Ieri Apple ha presentato Aperture 3, il software professionale per la fotografia. Da utilizzatore di questa applicazione sin dalla prima versione, ho immancabilmente scaricato la Trial.
Al primo lancio la sorpresa che sorpresa non è: la solita schermata che ormai conosco da anni, qualche prorompente novità e, quasi celate dalle operatività di sempre, oltre 200 nuove funzionalità. Funzionalità che scoprirò col tempo e in base alle necessità, ripartendo con la mia produttività da dove l’avevo lasciata con la precedente versione.

Anche questa è una rivoluzione silenziosa, ed è così che mi piace.

* Il Finder è l’applicazione, sempre attiva, che ci consente di navigare tra le cartelle e i file del nostro Mac, desktop compreso.

** Per la cronaca e semmai qualcuno pensasse che, oltre al Mac, non sono a conoscenza di altri sistemi: ho utilizzato e sviluppato software su sistemi Windows dalla versione 1.03 (1986) e sono stato beta tester ufficiale Microsoft da Windows 95 a Windows Longhorn (Vista), nonché Microsoft Certified Developer (MCPD-MCAD-MCSD); Linux dal 1996 (Red Hat); MS-DOS dal 1982; CP/M (Digital Research) dal 1980; Unix su HP Server serie 9000 dal 1990